CANTU’, 1 MARZO 2010 - intervento al Consiglio dei Migranti
Voglio raccontarvi una storia molto personale. Un ricordo che porto con me da quando bambino ascoltavo i racconti dei miei nonni.
La mia è una famiglia fortunata, che non ha mai conosciuto l’amarezza dell’emigrazione. Noi da secoli viviamo di questa terra che sentiamo nostra come la sentono le querce antiche. In passato ho provato a cercare chi fra i miei antenati non fosse nato qui. Non sono riuscito a trovarne neppure uno. I registri anagrafici e la memoria di famiglia non vanno così indietro nel tempo. Probabilmente siamo sempre stati qui. Chissà da quando
La lotteria biologica ci ha favoriti, facendoci nascere in questa terra
che non conosce la tristezza dell’emigrazione ma ha fatto conoscere, a
noi che ci viviamo, la tristezza dell’immigrazione. Me l’hanno
raccontata i miei nonni ed i miei genitori fin da bambino. La tristezza
dell’immigrazione di chi fuggiva dalla fame e dalla guerra. Esattamente
come accade oggi. Sono sempre la guerra o la fame a spingere la gente a
fuggire lontano dalla propria terra.
Gli immigrati che affollavano i racconti dei miei nonni erano gli
sfollati di Milano. Correvano gli anni fra il 40 ed il 45, ed intere
famiglie di disperati fuggivano dai bombardamenti e si rifugiavano qui
da noi, in questa nostra verde ed accogliente (allora era così) terra di
Brianza. Erano uomini e donne che cercavano di portare in salvo se
stessi ed i propri figli, e qui da noi trovavano rifugio ed accoglienza.
Per lo più si trattava di famiglie di milanesi. Gente che parlava il
nostro stesso dialetto ma che comunque erano molto diversa da noi. Loro
erano della città noi eravamo campagnoli di provincia, e spesso era
davvero difficile capirsi. Fra loro c’erano però anche molte famiglie di
funzionari pubblici impiegati a Milano ma provenienti da altre regioni
d’Italia che il fronte di guerra, dopo l’8 settembre, aveva reso
irraggiungibili. E con loro capirsi era impossibile, perché qui da noi
allora non si parlava l’italiano ma solo il dialetto, e il loro dialetto
era per noi davvero incomprensibile.
C’erano anche le famiglie ebree che fuggivano alla morte certa. Loro
neppure andavano in chiesa, figuriamoci quanto erano diversi da noi.
Infine c’erano gli immigrati che nemici nostri lo erano davvero e la
paura che ci facevano era una paura reale, concreta: erano gli immigrati
che portavano le divise brune delle SS. Neppure a quelli chiudemmo le
porte in faccia, perché, come mi diceva mia nonna e mi dice mia madre
(le donne, si sa, sono sempre più brave degli uomini e capire prima le
cose dell’anima) dietro a quelle divise c’erano comunque dei giovani
figli o dei giovani padri, che quando si sedevano vicino al camino ti
raccontavano delle loro paure e ti mostravano le foto delle loro madri,
delle loro fidanzate e dei loro figli lontani che non vedevano da anni.
Nessuno, allora, chiuse le porte in faccia a nessuno. Tutte le famiglie
di Cantù, quali più quali meno, diedero il loro piccolo o grande
contributo. Ma allora questa terra era una terra di gente umile e
modesta, che il Vangelo non lo predicava soltanto, ma lo praticava nella
vita quotidiana.
Non che qui la povertà e la guerra non ci fossero o non ci fosse la
scarsità alimentare. Però, per lo meno, qui non c’erano i bombardamenti e
non c’era la fame cronica delle città in cui il cibo, ad un certo punto
della guerra, non arrivava praticamente più. Qui da noi polenta e pane
non mancarono neppure nei momenti più difficili della guerra civile. La
carne, certo, quella era un lusso per pochi, ma il pane e la polenta, e
la frutta e la verdura che ti coltivavi da te nel tuo orto, non
mancavano mai. La nostra terra il necessario non ce l’ha fatto mai
mancare. Non il superfluo, ma il necessario l’abbiamo sempre avuto. E
questa era la nostra ricchezza e la ricchezza della nostra terra.
Sono sempre andato fiero di questa terra generosa e di quei racconti.
Erano racconti di una terra e di una comunità che apriva le sue porte
per accogliere chi aveva più bisogno di riparo, di rifugio, di
accoglienza, di calore umano.
Certo non c’era molto da dividere, ma il poco che c’era lo si divideva.
Così almeno mi raccontavano i miei nonni, così mi raccontava mio padre e
così mi racconta oggi mia madre. Era una Cantù, quella di allora,
certamente più povera economicamente, di quella di oggi, ma molto più
ricca di umanità.
Poi, finita la guerra, arrivarono gli anni 50 con la ricostruzione, e
poi gli anni 60 col boom economico. Cantù divenne ricca, molto ricca,
forse troppo ricca. E fu forse per questo veloce ed inaspettato
arricchimento che parte della nostra comunità iniziò allora a perdere
l’orientamento. Gli arricchiti dell’ultima ora tendono spesso a
rimuovere il loro passato. Il Vangelo uscì dall’anima e si rifugiò in
Chiesa.
Con la ricchezza, com’era inevitabile, arrivarono dei nuovi immigrati.
Questa volta era gente che veniva da più lontano. Non da Milano a causa
dei bombardamenti, ma dalle regioni più povere d’Italia a causa della
fame. Come sempre: o la guerra o la fame o tutte e due insieme.
E qui le cose si complicarono, perché questi nuovi immigrati erano
proprio diversi da noi. Parlavano dialetti incomprensibili. Avevano
costumi ed abitudini diverse dalle nostre. Erano poveri e noi nel
frattempo eravamo diventati ricchi. La loro povertà e la loro evidente
diversità ci facevano paura perché ci ricordavano la nostra povertà di
un tempo e ci sembravano minacciare la nostra ricchezza di oggi.
Esattamente come la povertà e la diversità degli immigrati di oggi.
Per fortuna allora avevamo istituzioni moralmente solide. I sindaci di
allora erano come La Pira a Firenze, che requisiva i palazzi nobiliari
per dare un tetto agli sfollati ed ai senza reddito.
Oggi invece cosa abbiamo? Ordinanze per cacciare dalle strade chi tende
una mano per offrirti un accendino o per allontanare dalla città chi non
può documentare un reddito minimo o non può pagare un affitto ai prezzi
di mercato. Ordinanze ispirate da una politica irresponsabili che per
puro calcolo elettorale trasformano il povero ed il diverso in ladro,
criminale, stupratore.
Non so se sia giusto parlare di razzismo. Certamente è però giusto
parlare di opportunismo e di strumentalizzazione di un problema che
certamente esiste, ed è fuori discussione, e che, come tale, va gestito,
e non demonizzato.
Oggi molta di questa mia gente sembra davvero non aver ancora ritrovato
la strada morale di un tempo e si lascia abbindolare da ciarlatani che
blaterano di autonomia e difesa del territorio, ma di fatto pensano solo
al loro tornaconto personale. E se per garantirsi un voto in più il
prezzo da pagare è la trasformazione di fratelli e sorelle in nemici,
beh non importa: si trasformino i fratelli e le sorelle in nemici.
Nonostante tutto io continuo però a credere in questa nostra terra che
resta quella dei ricordi dei miei nonni, e voglio continuare ad esserne
fiero come lo sono ogni volta che ripenso ai loro racconti. Per questo
ringrazio tutti voi per aver deciso di organizzare questa giornata
proprio qui a Cantù: perché la vostra presenza rammenta a noi tutti di
quando eravamo più poveri nell’avere ma più ricchi nell’essere; perché
la vostra presenza oggi qui a Cantù ci stimola a far riemergere
quell’umanità che, da qualche anno, cova sotte le ceneri di una barbarie
culturale che si è appropriata delle nostre terre. Da questa barbarie
oggi, io credo, dobbiamo assolutamente liberarci, e la vostra presenza,
ne sono convinto, ci sarà di grandissimo aiuto.
Claudio Bizzozero
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